
Cronaca di due giorni di incontro, resistenza e memoria
Tutto è iniziato quando ho capito che mia figlia stava crescendo.
Non è stato un momento preciso, ma una consapevolezza che si è fatta strada lentamente. Ho iniziato a vedere nei suoi occhi le prime domande, il bisogno di comprendere il mondo, di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, di costruire il proprio pensiero critico.
In quel momento mi sono chiesta quale esempio volessi lasciarle.
Ho avuto la fortuna di crescere accanto a persone che hanno segnato profondamente la mia vita. Persone come Giorgio Bongiovanni, Mara, Sonia, Lorella e, prima di tutti, mia madre.
Da Giorgio ho imparato il coraggio della denuncia, la capacità di non voltarsi dall’altra parte di fronte all’ingiustizia e la responsabilità di dare voce a chi non ne ha.
Da Mara ho imparato la dedizione silenziosa, quella che non cerca riconoscimenti ma si misura nella costanza e nella capacità di esserci sempre.
Da Sonia ho imparato che la sensibilità non è debolezza, ma una forza capace di trasformarsi in servizio e vicinanza agli altri.
Da Lorella ho imparato il valore della perseveranza, la capacità di continuare a camminare anche quando il cammino si fa difficile.
Da mia madre ho imparato la coerenza quotidiana, quella che non ha bisogno di grandi parole perché si manifesta nelle scelte di ogni giorno.
Ognuno di loro mi ha trasmesso qualcosa di prezioso: il senso della giustizia, il valore dell’impegno, la capacità di guardare oltre il proprio interesse personale e di riconoscersi parte di qualcosa di più grande.
Da loro ho imparato che l’amore non è un sentimento passivo, ma una responsabilità, una scelta quotidiana. Ho imparato che non esiste nulla di più importante che mettere la propria vita al servizio del bene, della giustizia e della verità.
Quando si riceve un’eredità di questo tipo, non la si può conservare per sé. È come un talento che la vita ti affida attraverso le persone che ti hanno cresciuto. E un talento, se non viene messo al servizio degli altri, perde il suo significato.
Sentivo quindi la responsabilità di trasmettere a mia figlia la stessa opportunità che io avevo ricevuto: quella di crescere accanto a esempi capaci di indicare una direzione e di insegnare che vivere significa anche scegliere da che parte stare.
Per questo ho sentito la responsabilità di creare, insieme ad altri, spazi in cui i giovani possano incontrare esempi, valori e ideali capaci di orientare il loro cammino. Non luoghi in cui ricevere risposte preconfezionate, ma luoghi in cui imparare a porsi domande, a sviluppare un pensiero critico e a riconoscere la propria responsabilità di fronte al mondo.
È anche per questo che ho deciso di contribuire alla riattivazione dell’associazione. Credo che oggi più che mai le nuove generazioni abbiano bisogno di sentirsi parte di una comunità, di una visione e di una causa che dia senso al loro impegno.
È in questo percorso che ho incontrato Karim, Jamil, Yasmin, Gaia e tante altre persone che portano avanti la lotta del popolo palestinese.
Ciò che mi ha colpito profondamente di loro è che la loro battaglia non si limita alla liberazione della Palestina. La Palestina è certamente la loro terra, la loro storia, la loro ferita. Ma la loro testimonianza parla a qualcosa di universale.
Perché l’occupazione non è soltanto un fatto geografico. Non riguarda solo un territorio. Esistono forme di occupazione che abitano le nostre società, le nostre relazioni e persino le nostre coscienze. Ogni volta che l’ingiustizia viene normalizzata, ogni volta che la dignità umana viene sacrificata all’interesse, ogni volta che la paura prevale sulla libertà, si manifesta la stessa logica che alimenta ogni forma di oppressione.
Per questo l’evento del 13 giugno non è nato come un semplice gesto di solidarietà umanitaria.
È nato come un atto di coscienza.
È da qui che prende avvio il racconto di quei giorni.
Quando qualcosa ha iniziato a cambiare
Dopo quasi un mese di organizzazione mancavano appena due settimane all’evento.
A essere sincera ero stanca e scoraggiata. Molte delle cose che avevo immaginato non si erano ancora concretizzate. Le adesioni al pranzo solidale erano poche e diversi aspetti organizzativi erano ancora incerti.
Ricordo di aver scritto a Gaia un messaggio di sfogo. Ero frustrata. Non tanto per il lavoro, quanto per quella sensazione di non riuscire a vedere i frutti di ciò che stavamo costruendo.
Poi è arrivato il mio compleanno.
La sera del primo giugno, mentre spegnevo una candela, mi sono ritrovata a formulare un pensiero semplice, quasi una preghiera:
«Sono a tua disposizione. Sono a vostra disposizione.»
Non so spiegare cosa è accaduto in quel momento. Non so dire se è stato quello il punto di svolta. So soltanto che da quel giorno qualcosa ha iniziato a muoversi.
Quella stessa sera ho partecipato a un evento organizzato in omaggio ad alcuni membri dell’ultima Global Sumud Flotilla.
È stato lì che ho incontrato Xurxo.
Mi ha colpito immediatamente la sua umanità. È un infermiere in pensione, un militante da tutta una vita, un uomo che ha attraversato esperienze durissime, compresa la detenzione subita durante l’ultima missione della Flotilla.
Eppure non voleva parlare di sé.
Ogni volta che la conversazione rischiava di spostarsi sulla sua esperienza personale, lui la riportava alla Palestina.
Voleva parlare del popolo.
Mi ha detto che la sua missione era raccontare ogni giorno ciò che accade ai palestinesi affinché il mondo non dimenticasse.
Quella sera ho conosciuto anche Anna Fuentes.
Anna ha un aspetto delicato, quasi fragile. Ma dietro quella fragilità ho percepito una forza straordinaria.
A un certo punto le ho chiesto cosa l’avesse colpita di più della sua esperienza.
È rimasta in silenzio per qualche istante e poi mi ha detto:
«Sai cosa non riesco a dimenticare? I palestinesi detenuti con noi. Eravamo in condizioni terribili, eppure quando qualcuno di loro veniva a portarci una bottiglietta d’acqua, prima cercava di sistemarsi come poteva. Si pulivano il viso, aggiustavano i vestiti logori. Era un gesto di rispetto.»
Quelle parole mi hanno colpito profondamente.
Poi mi ha raccontato di detenuti palestinesi che chiedevano:
«Avete parenti palestinesi? Amici palestinesi?»
Quando ricevevano una risposta negativa restavano sorpresi.
«Allora perché lo fate?»
E poi aggiungevano:
«Se un giorno usciremo da qui, sarete ospiti a casa nostra. Verrete a mangiare con le nostre famiglie.»
Questa generosità mi ha lasciato senza parole.
Più ascoltavo quelle testimonianze, più comprendevo qualcosa che fino ad allora avevo soltanto intuito: la forza del popolo palestinese non risiede soltanto nella sua capacità di resistere, ma nella capacità di continuare ad amare e a prendersi cura degli altri nonostante tutto.
L’evento prende forma
Nelle settimane successive qualcosa è cambiato.
Siamo riusciti finalmente a entrare in contatto con il Comune di Nigrán e con il sindaco. Abbiamo organizzato una conferenza stampa e l’iniziativa ha iniziato a comparire sui giornali locali.
Da quel momento è iniziata una vera escalation di eventi positivi.
Le iscrizioni arrivavano una dopo l’altra.
Prima singole persone.
Poi famiglie intere.
Ogni giorno ricevevamo nuovi messaggi, nuove adesioni, nuove manifestazioni di sostegno.
Anche il programma si è arricchito.
Musica.
Danza.
Testimonianze.
Approfondimenti.
Collaborazioni.
Poco a poco ciò che fino a poche settimane prima sembrava soltanto un’idea sostenuta dalla volontà di poche persone stava diventando qualcosa di molto più grande.
Quando è arrivato il giorno dell’evento ci siamo ritrovati con 145 persone presenti al pranzo solidale.
Ma ciò che mi ha colpito di più non è stato il numero.
È stata la rete di persone che si era creata attorno a quel progetto.
Persone diverse, provenienti da realtà differenti, unite dalla stessa volontà di non restare indifferenti.
Il pranzo solidale del 13 giugno
Il 13 giugno è arrivato finalmente.
Dopo settimane di preparazione, telefonate, riunioni, dubbi, imprevisti e speranze, ci siamo ritrovati finalmente lì, tutti insieme.
Fin dalle prime ore della mattina si respirava un’atmosfera speciale.
Volontari che montavano tavoli e sedie.
Persone che preparavano gli spazi.
Collaboratori che correvano da una parte all’altra per verificare che tutto fosse pronto.
Guardandomi attorno provavo una profonda gratitudine. Una delle cose che più mi ha colpito di quella giornata è stata la disponibilità delle persone. Ognuno ha messo a disposizione il proprio tempo, le proprie energie e le proprie capacità senza chiedere nulla in cambio.
Il pranzo si è aperto con un momento leggero e divertente grazie all’intervento di Peter Punk, artista e clown capace di unire ironia, comicità e denuncia sociale.
È stato uno spettacolo pensato per bambini e adulti allo stesso tempo.
Ricordo le risate.
Ricordo gli occhi dei più piccoli.
Ricordo gli adulti che ridevano insieme a loro.
Ma soprattutto ricordo la capacità di Peter Punk di far riflettere senza perdere la leggerezza.
Dopo lo spettacolo sono iniziati i vari interventi e le presentazioni.
C’è stata l’occasione di raccontare il lavoro svolto dall’associazione, di ringraziare tutte le persone che avevano collaborato e di condividere con i presenti il senso profondo dell’iniziativa.
Durante la giornata ci ha accompagnato anche la musica.
Il gruppo galiziano Cans de Palleiros ha animato diversi momenti dell’evento, creando un’atmosfera accogliente e festosa.
La musica gallega riusciva a unire le persone con una naturalezza sorprendente.
Tra una conversazione e l’altra, tra un intervento e l’altro, si creavano continuamente nuovi incontri.
Anche gli spazi creativi hanno avuto un ruolo importante, come quello di Charo, «El Barro y la Cometa», che aveva realizzato con grande cura orecchini, spille e collane ispirati all’anguria, che rappresenta i colori della bandiera palestinese.
Importante anche la presenza del sindaco di Nigrán, che non è stata solo una visita istituzionale: ha pranzato con noi, ha partecipato alle attività, ha conosciuto Karim, Jamil e gli altri ragazzi di Our Voice e si è mostrato disponibile ad ascoltare e a costruire collaborazioni future.
È stato un segnale importante.
Nel corso del pomeriggio ci sono stati anche momenti dedicati al ballo.
Una scuola di swing ha coinvolto il pubblico in uno spazio spontaneo di danza e convivialità.
Molte persone si sono lasciate trascinare dalla musica.
Alcuni ballavano.
Altri osservavano sorridendo.
Altri ancora approfittavano di quel momento per conoscersi meglio.
Guardando quella scena ho pensato che forse la solidarietà è anche questo.
Creare occasioni di incontro.
Permettere a persone che non si conoscono di condividere uno spazio, una conversazione, una risata, una riflessione.
Gli sforzi delle settimane precedenti erano stati ripagati, perché si era creato ciò che desideravo fin dall’inizio: uno spazio di incontro, di ascolto e di umanità condivisa.
L’anfiteatro nel bosco
Nel pomeriggio siamo stati invitati a partecipare a un festival autogestito organizzato da comunità rurali impegnate nella difesa del territorio.
Alle sei ci siamo ritrovati in un anfiteatro naturale immerso nel bosco.
Ricordo ancora gli alberi.
La luce che filtrava tra i rami.
Il silenzio del pubblico.
Karim ha preso la parola.
Con lucidità e chiarezza ha spiegato la storia della Palestina, le radici dell’occupazione e le sue conseguenze.
Poi è intervenuta Yasmin.
È stata lei a raccontare una storia che porto ancora dentro di me.
Parlava di alcuni lavoratori portuali italiani che avevano perso il lavoro dopo aver aiutato attivisti impegnati a fermare il passaggio di armi.
Yasmin ha detto:
«Qualche settimana dopo quei lavoratori hanno ricevuto una lettera. Era stata scritta da una bambina di Gaza.»
Il pubblico è rimasto in silenzio.
«Quella bambina scriveva per dire: “Non siete soli”. Esprimeva la sua solidarietà.»
Quelle parole mi hanno attraversato.
Una bambina che vive sotto le bombe trovava il tempo di preoccuparsi per qualcuno che viveva dall’altra parte del Mediterraneo.
Questo è il popolo palestinese.
Ed è forse questa la sua forma più profonda di resistenza.

Il concerto e il discorso di Jamil
La sera abbiamo partecipato anche all’apertura del concerto del festival.
Siamo saliti sul palco tutti insieme.
Noi dell’associazione.
I ragazzi di Our Voice.
Xurxo.
Anna.
Dopo alcuni ringraziamenti, Xurxo ha preso la parola e ha concluso il suo intervento intonando un canto di resistenza galiziano dedicato alla Palestina:
«Ceibe, Ceibe, Ceibe Palestina, Ceibe do sionismo, Ceibe de verdá…»
Poco alla volta altre voci si sono unite alla sua.
Guardandomi attorno ho avuto la sensazione che tutte le lotte incontrate durante quella giornata si fossero ritrovate nello stesso luogo.
Poi ha preso la parola Jamil.
È stato il momento che più di ogni altro è rimasto impresso nella mia memoria.
A un certo punto ha detto:
«Noi palestinesi della diaspora siamo semi portati dal vento. Ognuno con la propria storia, ognuno con i propri sogni. Ma a ciascuno di noi spetta il compito ancestrale di raccontare la storia e la resistenza del nostro popolo.»
Ha parlato della Nakba.
Ha parlato della memoria.
Ha parlato dell’identità.
Ha detto:
«Per noi la Nakba non è finita. La chiamiamo Nakba al-Mustamra. La Nakba che continua.»
E poi ha aggiunto:
«Riuscite a immaginare cosa significhi subire un abuso e dover continuamente dimostrare al mondo di essere davvero vittime di quell’abuso?»
Il silenzio che è seguito a quella domanda è stato forse la risposta più eloquente.
Ma il suo discorso si è concluso con la resistenza.
«Hanno cercato di cancellare la nostra terra e non ci sono riusciti. Hanno cercato di cancellare la nostra lingua e non ci sono riusciti. Hanno cercato di cancellare la nostra cultura e non ci sono riusciti.»
Infine ha pronunciato una frase che ancora oggi continua a risuonare dentro di me:
«La Palestina esisterà sempre finché esisterà l’ultimo palestinese.»
Il pubblico è esploso in un lungo applauso.
E tra la folla è tornato a risuonare un canto:
…Palestina vencerá…

La notte
Con l’intervento di Jamil si è concluso anche l’ultimo appuntamento della giornata.
Siamo rientrati tutti insieme.
Eravamo stanchi.
Di quella stanchezza bella che arriva dopo aver dato tutto ciò che si aveva da dare.
Eppure eravamo felici.
Io, in particolare, mi sentivo profondamente serena e orgogliosa.
Speravo che questi eventi potessero offrire uno spazio di incontro e di sensibilizzazione.
Uno spazio in cui Karim, Jamil, Yasmin, Xurxo e Anna potessero raccontare non soltanto la Palestina, ma anche cosa significa resistere.
Perché la resistenza non si insegna attraverso le teorie.
Si trasmette attraverso gli esempi.
Attraverso gli incontri.
Attraverso le persone.
Quella notte sono andata a dormire esausta.
Ma con la sensazione profonda che qualcosa fosse stato seminato.
E che quel seme avesse già iniziato a germogliare.
La Galizia e la resistenza
Nei giorni successivi ho continuato a riflettere su ciò che avevamo vissuto.
Sentivo che questa terra custodisce qualcosa di speciale.
La Galizia è una terra che non ha mai smesso di dialogare con la propria memoria.
È una terra di mare e di emigrazione, di partenze e di ritorni, di comunità che hanno imparato a resistere al tempo, all’abbandono e all’oblio.
Forse è per questo che qui la parola resistenza trova un terreno fertile.
Osservando le persone incontrate in quei giorni ho avuto la sensazione che la solidarietà verso la Palestina non nascesse soltanto dall’indignazione.
Nascesse anche dal riconoscimento.
Come se un popolo capace di custodire la propria identità riuscisse a riconoscere il valore della lotta di un altro popolo che cerca di fare lo stesso.
Mi è tornata allora alla mente una frase di Castelao letta da poco come citazione in un libro:
«A nosa galeguidade provén da forteza do espírito, e aínda que carecemos de vontade ofensiva somos inexpugnables na resistencia.»
«La nostra identità galiziana proviene dalla forza dello spirito e, pur non avendo volontà offensiva, siamo inespugnabili nella resistenza.»
Forse è proprio questo che ho percepito in quei giorni.
Una resistenza che non nasce dall’odio.
Una resistenza che non cerca di dominare.
Una resistenza che nasce dall’amore per ciò che si è, per la propria terra, per la propria memoria e per la propria comunità.
E forse è per questo che la Palestina, qui, non mi è sembrata una realtà lontana.
Perché, in fondo, entrambe mi hanno parlato della stessa ostinazione a non scomparire.
Conclusione
Ho compreso davvero il senso di tutto questo.
Non organizzare un evento.
Non riempire una sala.
Non contare le presenze.
Ma contribuire a creare uno spazio in cui le persone possano incontrarsi, ascoltarsi e riconoscersi.
Uno spazio in cui la memoria continui a vivere.
Uno spazio in cui la solidarietà diventi azione.
Uno spazio in cui le nuove generazioni possano trovare esempi, proprio come io ho avuto la fortuna di trovarli durante la mia crescita.
E forse, un giorno, anche mia figlia guarderà a questi momenti come io oggi guardo alle persone che mi hanno insegnato a non voltarmi dall’altra parte.
Miriam Andaloro
17 Giugno 2026
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