Adoniesis e i divini disegni

Dal Cielo alla Terra

.SONO ADONIESIS, ASCOLTATEMI! LA METODOLOGIA DIVINA CHE PONE IN ESSERE SULLA TERRA IL DIO DEI VOSTRI PADRI E IL COMANDANTE DEGLI ESERCITI, CHE HANNO SCELTO LA CONFRATERNITA E TUTTE LE ANIME CHE DESIDERANO SERVIRE IL CRISTO, È UNA METODOLOGIA COMPLETAMENTE ALL’ANTITESI DELLA VOSTRA RAZIONALITÀ UMANA..

Adoniesis e i divini disegni

Dal Cielo alla Terra

.SONO ADONIESIS, ASCOLTATEMI! LA METODOLOGIA DIVINA CHE PONE IN ESSERE SULLA TERRA IL DIO DEI VOSTRI PADRI E IL COMANDANTE DEGLI ESERCITI, CHE HANNO SCELTO LA CONFRATERNITA E TUTTE LE ANIME CHE DESIDERANO SERVIRE IL CRISTO, È UNA METODOLOGIA COMPLETAMENTE ALL’ANTITESI DELLA VOSTRA RAZIONALITÀ UMANA..


DAL CIELO ALLA TERRA

Adoniesis e i divini disegni

SONO ADONIESIS, ASCOLTATEMI!
LA METODOLOGIA DIVINA CHE PONE IN ESSERE SULLA TERRA IL DIO DEI VOSTRI PADRI E IL COMANDANTE DEGLI ESERCITI, CHE HANNO SCELTO LA CONFRATERNITA E TUTTE LE ANIME CHE DESIDERANO SERVIRE IL CRISTO, È UNA METODOLOGIA COMPLETAMENTE ALL’ANTITESI DELLA VOSTRA RAZIONALITÀ UMANA.
UNA METODOLOGIA PER FARVI COMPRENDERE LE LEGGI DELL’UNIVERSO, LA REALIZZAZIONE DELLO SPIRITO, L’EVOLUZIONE DELL’ANIMA E DELLA VOSTRA INTELLIGENZA PER POTER RAGGIUNGERE LE DIMENSIONI STELLARI DELLA TRIADE SUPERIORE E VIAGGIARE COSÌ NEL COSMO ED ESSERE PORTATORI DI VERITÀ, GIUSTIZIA E AMORE.
LA METODOLOGIA DEL PADRE, COME SPIEGA BENE IL MIO FIGLIUOLO INIZIATO, MARCO MARSILI, COORDINATO DAL SERVO MIO, LO SCRIVENTE GIORGIO BONGIOVANNI, VI SPIEGA CHIARAMENTE CON PROVE STORICHE, FISICHE E TANGIBILI, QUAL È IL PROCESSO PER ARRIVARE A ME, ESSERE MIO SERVITORE ED ESSERE ANCHE CONSAPEVOLE DELLA VERITÀ DEL TEMPO DI TUTTI I TEMPI.
LEGGETE ATTENTAMENTE LA STORIA DI MOSÈ, CHE INNALZA IL SERPENTE NEL DESERTO PER SALVARE DAL VELENO DEI SERPENTI IL SUO POPOLO.
LEGGETE ANCHE CRISTO CHE RICORDA QUESTO PASSO DI MOSÈ, PER FARVI CAPIRE CHE È NECESSARIO CHE ANCHE LUI, CRISTO, DEVE ESSERE INNALZATO NELLA CROCE PER PORRE IN SALVEZZA I SUOI FRATELLI.
LA SALVEZZA AVVIENE ATTRAVERSO IL SACRIFICIO, LA SOFFERENZA, LA MORTE E LA RINASCITA.
LA SALVEZZA NON AVVIENE ATTRAVERSO LA VIOLENZA, LA FORZA, LA GUERRA.
AVVIENE ATTRAVERSO L’AMORE, IL PERDONO, IL RAVVEDIMENTO, LA TOLLERANZA, L’UMILTÀ, IL SERVIZIO.
LA VIOLENZA ESERCITATA SULLA GUERRA È PER PURIFICARE, PER DIFENDERE SEMMAI IL DEBOLE DALL’USURPATORE, DAL TIRANNO,  MA NON DÀ SALVEZZA NELLO SPIRITO.
LA GUERRA, LA VIOLENZA, LA DIFESA LEGITTIMA LIBERANO TEMPORANEAMENTE NELLA MATERIA L’INDIFESO E LE INGIUSTIZIE.
LEGGETE ATTENTAMENTE IL TRATTATO SCRITTO DAL DISCEPOLO MARCO MARSILI E LEGGETE ANCHE I MESSAGGI CORRELATI E CAPIRETE.
SONO SEMPRE A VOI VICINO.
PACE.

Adoniesis

Pianeta Terra / 24 Luglio 2026 / G.B.


La logica irrazionale di Dio con i suoi profeti
Di Marco Marsili

La salvezza spirituale dell’uomo non dipende esclusivamente dai suoi progetti. Anzi, perfino le sue migliori intenzioni, apparentemente positive secondo la logica umana, possono essere capovolte in modo sconcertante per mano di quelle forze spirituali che governano l’umana esistenza, per volontà della Divina Intelligenza.

Non è l’uomo a stabilire la via dell’evoluzione, della liberazione e della salvezza. Non è l’uomo a decidere quale gesto possa cancellare i suoi peccati e riconciliare ciò che egli ha pervertito con le sue azioni negative. L’uomo ha la facoltà di riconoscere il male, pentirsi, invocare misericordia, confidare nella Provvidenza e cooperare con la grazia; ma non può generare da sé la propria redenzione. La redenzione non è un’opera dell’autosufficienza umana. È un dono che ci precede, ed apre la via alla vera libertà.

Dio conosce le ferite e le potenzialità dell’uomo, più profondamente di quanto l’uomo conosca sé stesso. Dio conosce il principio della sua caduta, l’abisso delle sue conseguenze e la medicina capace di raggiungerne la radice. L’uomo non conosce la cura per guarire, perché egli stesso è la causa della sua malattia. Ciononostante, non di rado (per ignoranza, paura e arroganza) il malato respinge la cura perché non comprende la scienza del medico. Allora egli dubita, domanda, cerca di discernere, finché arriva un momento nel quale intuisce la necessità di affidarsi a Colui che è l’artefice della vita, l’artefice di un disegno che dalla prospettiva umana può apparire come un indecifrabile intreccio di luci ed ombre.

Non riuscendo a comprendere i divini disegni, non riusciamo a vedere che le apparenti contraddizioni contengono in realtà una scienza superiore, una sapienza ultraterrena invisibile ai nostri occhi, laddove ciò che sembra privazione prelude un guadagno futuro, ciò che sembra abbassamento prelude l’elevazione, e ciò che sembra annientamento non è che una morte simbolica, che custodisce il seme della vera vita.

Non siamo chiamati a reputare ragionevole ciò che è contrario alla verità, alla giustizia e alla carità. Ma quando abbiamo riconosciuto la voce del Signore siamo chiamati a seguirla, perciocché è vano anteporre alla Sua volontà i nostri “ragionevoli progetti”.

«Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri»

[Isaia 55,8-9]

E la parola uscita dalla bocca del Signore non resta senza effetto, senza aver operato ciò che desidera e senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata.

[Is 55,11]

In senso teologico «la fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità» [Enc. Fides et Ratio]. Una fede che disprezza la ragione rischia di diventare superstizione. D’altra parte, una ragione chiusa alla trascendenza si atrofizza perché rifiuta tutto ciò che non riesce a contenere, e perciò resta paralizzata ed impedisce l’umana evoluzione.

La nostra intelligenza non è la misura assoluta della realtà. Ecco perché l’affidamento è la componente essenziale della fede. La fede non annichilisce l’intelligenza, ma la conduce fino al proprio limite e le insegna l’umiltà necessaria per superarlo.

«Confida nel Signore con tutto il tuo cuore e non affidarti alla tua intelligenza»

[Proverbi 3,5].

Sant’Ignazio di Loyola insegnava a sacrificare il proprio giudizio intellettuale nell’obbedienza. San Giovanni della Croce parlò della Notte dello Spirito, dove l’intelletto deve rimanere al buio per permettere l’ingresso della luce divina. Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) scrisse di:

seguire ciecamente i sentieri [di Dio] senza cercare di capire”.

Quando San Filippo Neri esortava i suoi discepoli di nobile famiglia a fare capriole per strada o li mandava in giro vestiti di stracci, voleva che diventassero “stolti” agli occhi del mondo per liberarsi dall’orgoglio terreno e farsi compenetrare così dalla sapienza divina. Di esempi santi simili a questi ve ne sono numerosissimi. Ricordiamoci che siamo tutti chiamati alla santità!

La sapienza divina non è illogica, è super-logica; non è irrazionale, è sovrarazionale: è sovrabbondante e volumetrica rispetto alla ragione umana lineare. Perciocché le metodologie di Dio sembrano paradossali se vengono valutate solo con l’effimero criterio terreno e secolare.

«Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. …Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti»

[1Cor 1,25-27].

Pedagogia dell’ineffabile

Guardiamo alla storia della salvezza. A Noè Dio fece costruire un’arca sulla terra secca, lontano dal mare o da qualsiasi specchio d’acqua, quando ancora non era caduta nemmeno una goccia di pioggia. Per i contemporanei, Noè era un pazzo che stava sprecando decenni della sua vita. Ma egli obbedì fidandosi di un avvertimento riguardante «cose che ancora non si vedevano» [Genesi 6-7; Ebrei 11,7], e così salvò la sua stirpe.

Ad Abramo fu detto:

«Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre».

Non gli fu mostrato in anticipo l’intero itinerario. Egli partì sulla scorta di una promessa. La Lettera agli Ebrei dice che:

«partì senza sapere dove andava»

Genesi 12,1-4. Ebrei 11,8]

Avere fede significa dunque rinunciare alle certezze materiali, o meglio non considerare le nostre umane certezze il parametro assoluto della verità.

Dio chiese ad Abramo di condurre il figlio Isacco sul monte Mòria, e lì gli ingiunse di ucciderlo. La sconcertante prova sembrava contraddire la promessa, perché proprio da quel figlio avrebbe dovuto nascere la discendenza annunciata da Dio. Ma Dio mandò l’angelo a fermare la mano di Abramo. Il racconto ci insegna che il figlio non è proprietà del padre, e che per poter servire Dio bisogna essere pronti a tutto, che la promessa appartiene a Dio e che Dio è Signore della vita.

[Genesi 22,1-19]

Nella notte dell’Esodo, agli israeliti fu comandato di segnare gli stipiti delle case con il sangue dell’agnello. Un gesto fisicamente incapace di fermare la morte divenne segno di fiducia e di appartenenza all’Alleanza divina.

[Esodo 12,1-28]

Davanti al mare, con l’esercito del faraone alle spalle, il comando non fu di arrendersi né di tornare indietro. Dio disse a Mosè:

«Alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo»

Il popolo dovette avanzare verso ciò che ancora appariva chiuso. La via della libertà e della salvezza si manifestò mentre veniva percorsa.

[Esodo 14,10-31]

Nel deserto, coloro che erano stati morsi dai serpenti ricevettero un ordine “assurdo”:

«Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita».

Mosè obbedì, e chi guardava il serpente restava in vita [Num 21,4-9]. Il simbolo della morte fu innalzato e divenne il simbolo della vita.

Davanti alle mura di Gerico, il popolo di Israele non ricevette una strategia militare ordinaria. Dovette camminare per sei giorni attorno alla città; il settimo giorno vi girò sette volte, mentre i sacerdoti suonavano le trombe. Le mura crollarono e Gerico fu conquistata. Ciò che sembrava un’assurda processione, del tutto incapace di abbattere una fortezza, divenne il catalizzatore dell’intervento divino.

[Giosuè 6]

A Gedeone, che già si sentiva debole, fu comandato di ridurre ulteriormente il proprio esercito. Dio dichiarò che avrebbe salvato Israele con trecento uomini, affinché il popolo non attribuisse la vittoria alla propria potenza.

[Giudici 7]

Alla vedova di Sarepta, che possedeva soltanto un pugno di farina e poco olio, Elia domandò di preparare prima una piccola focaccia per lui. La richiesta sembrava sottrarre crudelmente alla donna e al figlio l’ultimo cibo; ma la fiducia della vedova ottenne che farina e olio non mancassero mai durante la carestia.

[1 Re 17,8-16]

A Naamàn, potente comandante, non furono imposti gesti grandiosi. Gli venne ordinato:

«Va’, bàgnati sette volte nel Giordano

Egli si irritò perché la cura appariva troppo semplice, indegna della sua posizione. Soltanto quando depose l’orgoglio e scese nel fiume obbedendo a Dio, fu purificato.

[2Re 5,1-14].

Anche la piccolezza può irritare l’uomo, che preferisce compiere imprese eroiche piuttosto che un gesto umile.

A Giosafat fu detto di affrontare il nemico confidando nel Signore; cantori e uomini consacrati alla lode precedettero l’esercito: paradossalmente, il rendimento di grazie a Dio doveva venire prima della vittoria e non dopo di essa.

[2Cronache 20,1-30].

Al re Ezechia fu ordinato di applicare un semplice impacco di fichi per guarire da una piaga mortale.

[2Re 20,1-11; Isaia 38,1-8.21]

Giona dovette predicare a Ninive, capitale del popolo nemico. La parola rivolta a chi sembrava indegno produsse pentimento ed evitò la distruzione della città.

[Giona 1-4]

A Geremia, mentre Gerusalemme era assediata e la terra sembrava ormai perduta, fu ordinato di acquistare un campo. Quel contratto, assurdo secondo la logica umana, divenne un segno concreto della futura restaurazione.

[Geremia 32,6-44]

In una visione, a Ezechiele fu comandato di profetizzare sopra ossa aride: non ricevette una folla viva alla quale parlare, ma un’immensa distesa di morte. Tuttavia obbedì e pronunciò la parola ricevuta, e ciò che era disperso si ricompose, la carne ricrebbe sulle ossa, ricevette il soffio vitale e si levò in piedi.

[Ezechiele 37,1-14]

Questa è la pedagogia di Dio: la creatura viene condotta là dove non può più attribuire la salvezza al proprio controllo. Non perché Dio desideri umiliarla arbitrariamente, ma perché vuole liberarla dall’illusione che la vita dipenda soltanto dai mezzi che essa riesce a comprendere. Questa è la divina pedagogia trascendentale della vita.

Dal serpente di Mosè alla Croce di Cristo
Analogie simboliche

Nel deserto, dopo che il popolo aveva mormorato contro Dio e contro Mosè, i serpenti velenosi penetrarono nell’accampamento e molti israeliti morirono. Il popolo riconobbe il proprio peccato e chiese a Mosè di intercedere per la loro salvezza. Dio non eliminò immediatamente i serpenti, ma comandò:

«Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita».

Mosè fece allora un serpente di metallo e lo pose sull’asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guardava, restava in vita. La guarigione non proveniva dal metallo o dall’immagine, ma da Dio, salvatore di tutti, attraverso il segno da Lui stabilito.

Gesù stesso fornisce l’interpretazione cristologica dell’episodio, collegando alla propria crocifissione il serpente innalzato da Mosè:

Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna»
[Gv 3,14-15].

Il primo legame è contenuto nel verbo innalzare. Mosè innalza il serpente affinché sia visibile a tutto l’accampamento. Gesù viene innalzato sulla croce affinché sia visibile al mondo intero. L’innalzamento fisico del corpo di Gesù sulla croce simboleggia l’innalzamento spirituale, la manifestazione gloriosa della Sua identità divina.

La croce è dunque un trono paradossale. Ciò che sembra abbassamento, sconfitta e ignominia, in verità è innalzamento, rivelazione e glorificazione. Il serpente posto in alto rivela che la salvezza non viene da una dimostrazione di forza mondana, ma dall’esposizione oblativa di sé (sacrificio) allo sguardo del mondo. L’asta di Mosè rende visibile il segno; la croce rende visibile l’amore invisibile di Dio.

Lo sguardo veterotestamentario prefigura perciò la rivelazione neotestamentaria. L’israelita morso doveva guardare il serpente. Chi incontra il Crocifisso deve credere e compiere le opere, cioè mettere in pratica l’insegnamento di Gesù. Il Libro della Sapienza chiarisce che l’israelita non veniva salvato dall’oggetto contemplato, ma da Dio. L’immagine era uno strumento atto ad orientare il cuore verso l’affidamento a Dio. Analogamente, la fede cristiana non consiste nel contemplare e pregare un crocifisso appeso al muro o posto sull’altare, ma consiste nel seguire concretamente l’esempio del Crocifisso vivendo nella società, per risorgere con Lui a vita nuova.

La causa del male diventa strumento di salvezza

Il punto più sorprendente è che Dio non ordina di innalzare un animale opposto al serpente (ad esempio un rapace o un altro predatore), ma proprio l’immagine del serpente stesso! Così la causa della morte diventa il segno della vita. Questo paradosso raggiunge il proprio compimento in Cristo. San Paolo afferma che Dio mandò il Figlio «in una carne simile a quella del peccato» e che «colui che non aveva conosciuto peccato» fu fatto peccato in nostro favore. Così come il serpente di metallo aveva la forma del serpente ma non possedeva il suo veleno, Cristo assume la carne dell’umanità peccatrice, la condizione, le conseguenze e il peso del peccato, ma non diviene peccatore, non possiede il peccato.

I serpenti vivi diffondono il veleno. Il serpente innalzato è un serpente reso immobile, privato della propria capacità di mordere. Sul piano simbolico, ciò significa che il male viene sottratto al nascondimento e portato alla luce, svuotato del suo potere mortale, immobilizzato ed esposto pubblicamente. La croce opera qualcosa di analogo. Il peccato, normalmente occulto e insinuante, manifesta sul corpo innocente di Cristo tutte le proprie conseguenze: tradimento, violenza, ingiustizia, abbandono e morte. Il Crocifisso non nasconde la gravità del male. La espone. E poiché la espone nell’amore, ne spezza la logica. Il serpente velenoso agisce nascostamente per iniettare la morte. Il serpente di metallo è esposto e non può più avvelenare nessuno. Il peccato agisce nell’ombra, ma sulla croce viene costretto a mostrare il proprio volto e viene assorbito dal divino amore, che lo accoglie e lo sconfigge.

Il serpente biblico possiede diversi valori simbolici. In Genesi rappresenta la voce che induce l’uomo a tradire il patto con Dio; nell’Apocalisse il serpente antico identifica il diavolo. Nella vicenda di Mosè Dio trasforma il serpente in uno strumento taumaturgico-terapeutico, configurando il futuro avvento di Cristo, il quale rievoca il serpente mosaico innalzato perché assume su di sé il male, il peccato, la maledizione, e così annienta la morte e vince il mondo. Cristo compie perciò il capovolgimento salvifico anticipato nell’episodio di Mosè.

Il serpente edenico condusse l’uomo alla disobbedienza; Cristo redime l’uomo mediante l’obbedienza. Il serpente persuase l’uomo illudendolo di poter eguagliare Dio; Cristo, pur essendo nella condizione divina, assume la condizione umana e la sublima rendendola gloriosa. Il serpenteriuscì a sedurre l’uomo promettendogli la vita e invece gli procurò la morte; Cristo accetta la morte e risorge diventando l’immortale emblema della vita eterna. Nel racconto della caduta originaria compaiono il serpente e l’albero. Nel deserto compaiono il serpente e un’asta di legno verticale. Sul Golgota Cristo è appeso al legno della croce. L’immagine rappresenta una progressiva trasformazione simbolica.

Presso il primo albero, il serpente parla e l’uomo ascolta. Nel deserto, il serpente non parla più: è immobile, esposto e subordinato alla parola di Dio. Sulla croce è Cristo a parlare dal legno, mentre l’antico serpente viene spiritualmente sconfitto e giudicato. Nell’Eden, l’uomo guarda il frutto e lo prende contro la volontà divina. Nel deserto, l’uomo guarda il serpente metallico e vive perché obbedisce alla volontà divina. Sul Golgota l’uomo guarda Cristo, frutto dell’albero cruciforme, e riceve da Lui la salvezza e la promessa della vita eterna. Il legno della disobbedienza trova così il proprio rovesciamento/riscatto nel legno dell’obbedienza. L’albero presso il quale l’uomo volle usurpare la vita, viene redento dall’albero sul quale il Figlio offre la propria vita.

Nel Deuteronomio leggiamo che l’uomo appeso a un albero (o legno) è considerato maledetto da Dio.

[Dt 21,22-23].

San Paolo applica questa realtà all’opera di Cristo, con il concetto di sostituzione penale/vicaria per il riscatto dell’umanità:

«Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi [per noi cioè a nostro favore], poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno»
[Galati 3,13]

Il termine riscatto (exagorazo in greco) nel linguaggio dei mercati antichi indica l’atto di pagare il prezzo per liberare uno schiavo. Infatti, Gesù disse che chiunque commette il peccato è schiavo del peccato.

[Gv 8,34]

Dunque la maledizione si trasforma in benedizione: il luogo dell’esecuzione diventa altare; lo strumento di condanna diventa strumento di riconciliazione; il segno della vergogna diventa segno di gloria; il maledetto diventa sorgente di benedizione, il legno della morte diventa albero della vita.

Metodologia della salvezza

Nel racconto mosaico, Dio non toglie subito i serpenti dall’accampamento. Offre invece un modo per impedire che il loro veleno abbia l’ultima parola. Questo particolare possiede un’importante corrispondenza con la croce di Gesù. Infatti Cristo non elimina dalla storia umana ogni tentazione, sofferenza, persecuzione, malattia e morte fisica. Offre però con il suo esempio un modus vivendi sul quale tali realtà non possiedono più un dominio definitivo. La redenzione non consiste nell’essere magicamente sottratti a ogni male: il serpente può ancora mordere, ma per Cristo, con Cristo e in Cristo abbiamo la medicina che vince il veleno: mettere in pratica i Suoi insegnamenti e realizzare così la divina comunione che annulla il peccato (karma).

Un segno per tutte le genti

Il serpente non viene nascosto in una tenda riservata a pochi adepti. Viene collocato in alto, nel luogo in cui tutti possono vederlo. Anche Cristo non viene crocifisso segretamente. Egli percorre pubblicamente la via del Calvario e la sua morte avviene fuori dalle mura, esposta allo sguardo dei passanti, delle autorità, dei discepoli e dei nemici. La salvezza ha una dimensione pubblica e universale, a patto che si metta in pratica l’insegnamento di Cristo. Questa visibilità esprime anche l’universalità della chiamata salvifica, perciocché quello che viene innalzato diventa punto di orientamento per tutti.

Sebbene vi siano conoscenze esoteriche riservate a cerchie ristrette di Iniziati, oggi viviamo nel tempo dell’Apocalisse (Svelamento) e perciò gli Iniziati stanno divulgando pubblicamente “le segrete cose”, confermando la profezia di Gesù:

«Non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti»
[Mt 10,26-27].

Ogni uomo, per quanto ingenuo, semplice, sprovveduto o non istruito, può accedere alla salvezza. La redenzione non richiede sapienza speculativa, ma fiducia e azione. Infatti Gesù disse:

«Ti benedico, o Padre, Signore del Cielo e della Terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.»
[Mt 11,25]

Mosè intercede, Cristo è intercessore e rimedio

Prima che il serpente venga innalzato, Mosè prega per il popolo collocandosi tra Dio e il popolo colpevole. Poi riceve da Dio il comando, costruisce il segno e lo innalza. Perciò Mosè è l’intercessore del rimedio, non è personalmente il rimedio.

Tutte queste dimensioni trovano compimento in Cristo: Egli è simultaneamente colui che intercede, colui che obbedisce, colui che viene innalzato, il segno visibile, il sacerdote, la vittima, il luogo dell’incontro, e la medicina offerta all’umanità. Mosè innalza uno strumento. Cristo lascia innalzare sé stesso. Nel deserto, il mediatore presenta il segno. Sul Golgota, il mediatore DIVENTA il segno.

Gesù Cristo amplifica e sublima la realtà della salvezza

Il serpente di bronzo innalzato da Mosè preservava dalla morte fisica e donava la vita terrena. Cristo preserva dalla morte spirituale (Seconda Morte) e dona la vita eterna. Questa differenza mostra il rapporto tra figura e compimento. L’evento antico contiene realmente un’azione salvifica, ma limitata e temporanea. La croce compie ciò che il simbolo poteva soltanto anticipare. Il serpente mosaico restituiva l’uomo alla vita di prima. Cristo manifesta ed offre la vita nuova, la vera vita illuminata dalla verità. Ciò che nel deserto di Mosè era riferito a un solo popolo, una minaccia circoscritta, un veleno corporeo e una guarigione temporale, con Cristo abbraccia l’intera umanità, la condizione globale del peccato, la vita spirituale e la comunione eterna con Dio.

L’asse verticale: “DAL CIELO ALLA TERRA”

L’asta e la croce introducono una linea verticale. La verticalità collega ciò che è in basso con ciò che è in alto: Terra e Cielo, condizione umana e vita divina, mortalità ed eternità, immanenza e trascendenza, abisso della colpa e altezza della misericordia. Il serpente, animale legato alla terra, viene sollevato. Ciò che striscia nella polvere è portato in alto e presentato allo sguardo di tutti. Nella croce, Cristo discende fino alla condizione più bassa dell’uomo e proprio da quella profondità viene innalzato. La linea verticale può essere letta come movimento di discesa e risalita: Dio discende nella carne; la carne assunta da Cristo viene ricondotta verso Dio (corpo di gloria). Inoltre, la croce aggiunge alla verticalità una linea orizzontale. L’asse verticale indica l’innalzamento spirituale e la riconciliazione tra Dio e l’uomo; l’asse orizzontale indica la concretezza dell’opera sociale di Cristo nel mondo della materia, dove Egli apre le braccia ed estende la salvezza a tutti coloro che la accolgono e vi collaborano.

Il sublime scandalo dell’obbedienza

Il comando rivolto a Mosè appariva irragionevole. La Legge proibiva l’idolatria, eppure Dio ordinava di fabbricare una figura. Il popolo era stato ferito dai serpenti, eppure doveva guardare un serpente. Il segno del pericolo diventava il mezzo della guarigione. Il padre della Chiesa San Giustino Martire (Giustino filosofo 93-167), il maggiore interprete del Logos fra gli autori patristici del II secolo, vide in questo paradosso un segno profetico: Dio, che proibiva la fabbricazione idolatrica delle immagini, aveva ordinato quel particolare segno perché prefigurasse la salvezza manifestata nella croce di Cristo.

l serpente innalzato e la croce chiedono entrambi di accogliere il metodo stabilito da Dio anche quando esso contraddice le attese umane. Ma la croce presenta uno scandalo ancora maggiore: la logica umana si aspetterebbe che il Salvatore trionfasse evitando la morte, invece Dio salva l’uomo proprio ATTRAVERSO la morte, che diventa la soglia della resurrezione.

Il segno salvifico non deve trasformarsi in idolo

Il serpente di bronzo venne conservato per secoli, e gli israeliti finirono per idolatrarlo. Il re Ezechia dovette distruggerlo chiamandolo Necustàn, cioè riducendolo alla sua realtà materiale di semplice oggetto metallico. Tale episodio completa il parallelismo con la croce di Gesù: il segno salva quando conduce a Dio, ma diventa idolo quando prende il posto di Dio. La croce cristiana non è un feticcio. Un crocifisso materiale può sostenere la fede, la memoria e la contemplazione, ma non agisce indipendentemente da queste e da Cristo. La redenzione proviene dal Risorto, la croce è Suo strumento. Come il serpente di bronzo non doveva essere adorato, così la materialità della croce non deve essere separata dalla realtà spirituale evocata dalla croce stessa.

Una lettura mistica e alchemica

Dio esorta l’uomo ferito a non distogliere lo sguardo dalla propria sofferenza. L’israelita deve guardare la figura del serpente che lo ha morso. La contemplazione del corpo trafitto di Cristo ci pone di fronte alle sofferenze dell’umanità. La guarigione non nasce dalla negazione del male, ma dal suo attraversamento alla luce della verità. L’umana natura tende a nascondere la propria colpa, rimuovere il dolore, proiettare il male sugli altri, fuggire dalla coscienza della morte. Il serpente e la croce inducono l’uomo a guardare in faccia la sofferenza per poterla oltrepassare coraggiosamente.

La contemplazione cristologica non si arresta alla ferita, ma riconosce in essa il divino amore che l’ha assunta, partecipa di questo amore e vince il dolore per aprirsi alla realtà superiore dello spirito: l’immortalità. Il Crocifisso polarizza le nostre sofferenze e le trasferisce dalla solitudine alla divina comunione con Cristo. La ferita nascosta ci avvelena; la ferita portata alla luce viene trasfigurata.

La croce diventa così la suprema medicina che ricongiunge gli opposti. Non per caso la tradizione cristiana utilizza spesso il linguaggio medico per descrivere la redenzione. Il peccato è veleno, Cristo è medico e la croce è medicina. In virtù di questa “meditazione attiva”, la morte viene trasformata in un mezzo attraverso cui possiamo incontrare la vera vita, e iniziare la via operativa della salvezza personale e sociale.

Nel serpente mosaico, la medicina ha la stessa forma della malattia: il serpente guarisce dal morso dei serpenti, perché ne rappresenta la forma neutralizzata. Questo è il principio simbolico per cui una realtà viene vinta mediante ciò che le somiglia ma ne rovescia la potenza: mediante la morte viene sconfitta la morte, mediante l’obbedienza viene guarita la disobbedienza, mediante un albero viene redento ciò che avvenne presso l’albero, mediante l’innalzamento del giusto viene neutralizzato l’innalzamento orgoglioso dell’uomo.

Le corrispondenze alchemiche sono una lettura simbolica, possibile perché l’alchimia occidentale ha utilizzato frequentemente il serpente, il metallo, il veleno, la medicina, la morte e la trasformazione come immagini dell’opus interiore. Si può osservare una convergenza di strutture allegoriche, peraltro senza sottovalutare il fatto che il profeta Mosè conosceva la più alta sapienza esoterica egizia (era un sacerdote-mago egizio), mentre il Messia Gesù crebbe alla luce degli insegnamenti essenici e personificò la sapienza totale della coscienza universale. Con tali premesse, possiamo essere certi che sia Mosè sia Gesù fossero perfettamente a conoscenza delle forti analogie tra le vicende delle loro esistenze e le simbologie esoteriche, alchemiche, astrologiche, ecc.

Storicamente il serpente avvolto a un’asta è associato alle arti della guarigione, così come il doppio caduceo di Hermes (Ermete) e il caduceo di Esculapio (Asclepio, discepolo di Ermete) sono simboli araldici mercuriali di inviolabilità e protezione, connessi alla scienza medica superiore, capace di curare corpo e anima. In una prospettiva alchemica il serpente può rappresentare la materia ambivalente capace di contenere gli opposti: veleno e medicina, dissoluzione e rigenerazione, morte e rinnovamento. In effetti nella storia mosaica il serpente possiede questa polarità: il serpente vivente avvelena, il serpente trasformato in metallo guarisce. La medesima figura contiene quindi due possibilità: forza disordinata e mortale, e forza fissata e vivificante. In senso spirituale, il veleno non viene semplicemente espulso: viene trasmutato. La trasmutazione del veleno in medicina è un concetto presente anche negli insegnamenti buddhisti e nelle tradizioni sapienziali di tutto il mondo.

Il serpente vivo è mobile, sfuggente, sinuoso e difficilmente controllabile. Il serpente di metallo è il risultato della fissazione alchemica: ciò che è volatile, instabile o caotico viene reso stabile per essere trasformato. Il passaggio dal serpente vivente al serpente metallico significa che, per azione del fuoco, è stato separato dalla propria animalità e ricondotto a una forma minerale stabile. Il serpente fissato sull’asta rappresenta l’istinto portato alla coscienza, il desiderio sottratto alla dispersione e focalizzato, il veleno reso riconoscibile e soggiogato, il caos domato e formalizzato, la forza inferiore orizzontale subordinata e verticalizzata nell’asse superiore.

La croce è il luogo della suprema fissazione alchemica: Cristo accetta di essere legato e inchiodato, ma proprio questa fissazione diventa il principio della più grande trasmutazione. Il mondo crede di avere immobilizzato Cristo, ma invero è il peccato ad essere inchiodato ed esposto nella carne, da Lui assunta e poi resuscitata. L’amore oblativo trasmuta il corpo materiale corruttibile e lo spiritualizza rendendolo corpo glorioso incorruttibile (passaggio dimensionale, transizione di fase, salto quantico).

L’innalzamento rappresenta la sublimatioalchemica, mediante la quale una realtà viene elevata da una condizione inferiore a una superiore. L’elevazione alchemica e l’innalzamento cristologico condividono una struttura simbolica: ciò che è basso non viene eliminato, ma assunto e trasfigurato. Il serpente che striscia sulla terra (materia) viene sollevato sull’asta (spirito), preconizzando l’opera mistica e sociale di Cristo, che purifica e nobilita la materia animata umana ed offre all’umanità redenta la possibilità della divinizzazione:

«Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?» [
Gv 10,34]

«Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi…»
[Gv 14,12]

Il serpente mosaico è fatto di metallo (bronzo o rame); esso, per assumere la forma voluta, dev’essere estratto, sottoposto al fuoco, fuso e modellato. Il fuoco rappresenta purificazione, giudizio, rivelazione e trasformazione. In tal senso la croce di Gesù costituisce il crogiolo nel quale la natura umana assunta da Cristo attraversa il fuoco della sofferenza e della morte per giungere alla trasmutazione/resurrezione. Ma occorre evitare un equivoco: la sofferenza da sola non porta alla purificazione. È L’AMORE CRISTICO con cui si attraversa la sofferenza a produrre la purificazione e la trasmutazione!

Ed è sempre l’amore a realizzare la congiunzione degli opposti, l’unione dei contrari. Il serpente innalzato e la croce riuniscono una straordinaria serie di opposti: veleno e medicina, ferita e guarigione, morte e vita, basso e alto, terra e cielo, colpa e perdono, giudizio e misericordia, maledizione e benedizione, vergogna e gloria, debolezza e potenza, materia e spirito, immobilità e trasformazione. Il Mercurio-serpente rappresenta un principio ambivalente capace ci congiungere elementi opposti: alcuni studi sulla tradizione ermetica lo descrivono come simbolo capace di unire il principio terrestre del serpente e quello aereo dell’elemento alato. Nella croce, gli opposti sono riconciliati nell’unità personale di Cristo, vero Dio e vero uomo: mortale nella sua umana natura e sorgente di vita nella sua natura divina. La croce rappresenta la coniunctio non perché mescoli il bene e il male, bensì perché riconcilia ciò che il peccato aveva separato: Dio e l’uomo, l’uomo e il prossimo, la terra e il cielo.

L’athanor alchemico è il forno nel quale la materia viene mantenuta nel processo di trasformazione. La stabilità dell’athanor trova analogia nella perseveranza di Cristo: l’umanità, attraversata dalla sofferenza, non viene abbandonata prima che l’amore abbia portato a compimento la propria opera. La croce è il fuoco dove Cristo sostiene il processo della redenzione. Egli, benché risorto, continua a soffrire sulla croce anche oggi (gli stigmatizzati sono i Suoi strumenti operativi mediante i quali Egli riproduce il sacrificio redentivo). Egli non interrompe l’opera, Egli resta nel fuoco cruciforme dell’amore fino al compimento della redenzione e fino alla Parusia apocalittica.

Vi sono ulteriori corrispondenze alchemiche, come l’operazione del solve et coagula, processo fondamentale di trasformazione, secondo cui bisogna prima destrutturare, scomporre ed eliminare il superfluo (solve) per poi ricomporre e fissare l’essenza in una forma nuova, pura e più solida (coagula). I molteplici serpenti che penetrano nell’accampamento, mordono e diffondono il veleno, raffigurano le forze dispersive. Il serpente di metallo coagula quella molteplicità in un’unica immagine tangibile: il veleno diffuso viene ricondotto a una forma concentrata che implica la trasmutazione del veleno in medicina.

Così il vecchio ordine è dissolto, il male nascosto viene separato e manifestato, ciò che era disperso viene raccolto, la materia viene fissata in una forma nuova. La croce del Messia solve l’illusione dell’autosufficienza umana e coagula l’umana natura attorno al centro dell’amore divino, finalmente rivelato in Cristo, grazie al quale l’uomo stesso può entrare in comunione con Dio:

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e NOI VERREMO A LUI E PRENDEREMO DIMORA PRESSO DI LUI
[Gv 14,23]

L’intervento Divino e il consenso Umano

Quando venne la pienezza del tempo, il disegno divino si posò sulla libertà di una giovane donna. Durante l’Annunciazione, Maria domandò all’arcangelo: «Come avverrà questo?» Non fu una domanda ribelle. Ella cercò di capire… ma quando ricevette la risposta, non pretese di conoscere le conseguenze. Disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» [Luca 1,38]. In quelle parole l’intelligenza non venne abolita, venne consegnata alla fiducia. Maria non disse di avere compreso tutto. Disse di appartenere a Dio.

Giuseppe dovette rinunciare al proprio progetto. Pensava di congedare Maria in segreto; nel sogno un angelo gli ordinò di prenderla con sé. In seguito gli fu comandato di alzarsi nella notte, prendere il bambino e sua madre e fuggire in Egitto. Egli non ricevette una spiegazione completa del futuro: ricevette una parola sufficiente per il passo immediato, obbedì e così partecipò al divino disegno.

[Mt 1,18-25; 2,13-15]

Ai pescatori che avevano lavorato invano per tutta la notte, Gesù disse di prendere il largo e gettare nuovamente le reti. Pietro dubitò, ma aggiunse: Sulla tua parola getterò le reti. L’obbedienza aprì lo spazio all’abbondanza.

[Luca 5,1-11]

A Cana, quando il vino venne a mancare, Gesù fece riempire d’acqua sei anfore. I servi non furono incaricati di produrre il vino: dovettero soltanto riempire fino all’orlo i recipienti con ciò che avevano, e l’acqua dell’obbedienza divenne il vino del miracolo.

[Giovanni 2,1-11]

Davanti alla folla affamata Gesù disse ai discepoli: Voi stessi date loro da mangiare. Il comando era palesemente assurdo perché c’erano a disposizione soltanto cinque pani e due pesci. Ma essi obbedirono, e così ciò che non bastava divenne sovrabbondante.

[Matteo 14,13-21; Marco 6,30-44; Luca 9,10-17; Giovanni 6,1-15]

Al cieco nato, Gesù mise del fango sugli occhi e ordinò di lavarsi nella piscina di Sìloe. Il gesto non possedeva una spiegazione medica ordinaria; il cieco andò, si lavò e tornò vedendo.

[Giovanni 9,1-7]

Ai dieci lebbrosi Gesù comandò di presentarsi ai sacerdoti PRIMA che la guarigione fosse visibile.

«E mentre essi andavano, furono purificati»
[Luca 17,11-19].

La guarigione si manifestò lungo il cammino dell’obbedienza, non prima della partenza.

Davanti alla tomba di Lazzaro, Gesù disse: Togliete la pietra. Marta obiettò perché suo fratello Lazzaro era morto da giorni, ma infine la pietra venne rimossa e Lazzaro ne uscì vivente.

[Giovanni 11,38-44]

Ad Anania fu comandato di recarsi da Saulo, l’uomo che perseguitava i cristiani. Anania espose a Dio il proprio timore, ma poi obbedì. Così il nemico divenne fratello in Cristo e fu preparato alla missione apostolica.

[Atti 9,10-19]

A Pietro fu mostrata una tovaglia contenente animali che la sua formazione religiosa considerava impuri. Quella visione, inizialmente incomprensibile, preparò l’apostolo a entrare nella casa del pagano Cornelio e a riconoscere che Dio non fa preferenza di persone secondo le tradizioni umane, ma offre la redenzione a chi vuole.

[At 10,1-48]

In tutti questi eventi il Signore capovolge la logica umana, la Sua parola supera il calcolo immediato, ma l’obbedienza apre le porte al miracolo e alla salvezza.

Il Segno innalzato

Il serpente di metallo nel deserto prefigurava il mistero più grande. Gesù stesso disse:

«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo»
[Giovanni 3,14].

La croce è il punto nel quale la sapienza di Dio appare più lontana dalla sapienza del mondo. L’uomo si aspetta che Dio vinca evitando la vulnerabilità; Dio invece vince assumendola, personificandola. Qui il paradosso è totale: il perdente ha vinto, il morto è vivo. L’uomo immagina che la salvezza debba manifestarsi come potenza che schiaccia il nemico; Dio la manifesta come amore che supera ogni male. L’uomo pensa che la vita possa essere custodita trattenendola; Cristo la custodisce donandola. Per questo Paolo afferma che:

«La parola della croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio»
[1Cor 1,18].

Il Padre non è un sovrano crudele che punisce un Figlio riluttante. Il Padre e il Figlio non hanno volontà salvifiche contrapposte. Il Figlio accoglie nel proprio cuore l’amore del Padre degli uomini, ed offre sé stesso per la loro salvezza. L’Agnello prende su di sé il peccato del mondo, riconcilia l’umanità con Dio e apre la Nuova Alleanza.

Gesù sostituisce la propria obbedienza alla disobbedienza umana e invita i redenti a partecipare, per grazia, alla sua offerta. La sua vita non gli viene strappata: Egli la dona liberamente. Cristo entra liberamente nell’ora della Passione. Nel Getsemani manifesta l’autenticità della propria umanità: prova angoscia, chiede che il calice passi, ma consegna la propria volontà al Padre: Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu. Questa è la forma suprema della libertà filiale. La libertà cristiana consiste nel donare sé stessi. L’obbedienza di Cristo è l’espressione perfetta dell’amore, ed è l’esempio che siamo chiamati a seguire.

Imitando Gesù veniamo compenetrati dal suo spirito. Per poter raggiungere tale divina comunione, bisogna morire al peccato, morire al mondo e risorgere a vita nuova, offrire il nostro corpo, il nostro tempo, il nostro lavoro e la nostra libertà al bene di tutti, obbedire a Dio e compiere le opere che Egli ci affiderà.

Perdere la vita per ritrovarla

Per questo Cristo ripete nei Vangeli un insegnamento che la logica umana fatica ad accogliere:

«Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà»
[Mt 10,39].

«Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» [Mt 16,25].

«Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà»
[Mc 8,35].

«Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» [Lc 9,24].

«Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna»
[Gv 12,25].

Queste parole non invitano a disprezzare l’esistenza, il corpo o la dignità personale. Nella lingua evangelica, “odiare” la propria vita non significa coltivare odio verso sé stessi: significa rifiutare che la conservazione del proprio io (beni materiali, salute fisica, professione, ecc.) sia il valore supremo della nostra vita.

PERDERE LA VITA PER CRISTO significa smettere di considerare la vita (beni materiali, salute fisica, professione, ecc.) come un idolo che ci illudiamo di possedere. Significa consegnare la nostra esistenza alla verità, alla carità e alla missione ricevuta. Significa rinunciare all’io chiuso che vuole salvarsi senza Dio, che vuole “fare da sé”, significa diventare Homo Novus che vive in comunione con Dio e con i fratelli:

«Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede…»
[Lettera ai Galati 2,20]

RINNEGARE SÉ STESSI non significa negare la propria identità. Significa rinnegare la pretesa dell’ego di essere il proprio principio, il proprio legislatore assoluto e il proprio salvatore. L’uomo non perde la propria unicità seguendo Cristo. Perde ciò che lo rende schiavo e trova il suo vero sé, la sua vera identità eterna e immortale.

Per questo Gesù dice al giovane ricco:

«Va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!»
[Mt 19,21].

Non a tutti è richiesta la medesima forma esteriore di rinuncia; tutti coloro che si dicono cristiani, però, debbono porre la loro vita sotto la signoria di Dio, e rinunciare a considerare i propri beni, legami, ruoli e progetti come realtà personali, come proprietà privata, sottratta alla signoria di Dio. Anche gli affetti più sacri devono essere vissuti in Dio. Quando Cristo chiama, non possiamo preferire a Lui la nostra illusoria “sicurezza”.

Quando Pietro afferma:

«Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito»

Gesù non promette un semplice rimborso materiale, ma annuncia che chi avrà lasciato quanto possedeva per il nome di Cristo

«riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna»
[Mt 19,29. Lc 18,29-30]

«insieme a persecuzioni»
[Mc 10,29-30]

impedendo di trasformare la promessa in un contratto di prosperità terrena. La stessa legge viene espressa attraverso la parabola del chicco di grano: se il chicco non muore rimane solo, ma se muore produce molto frutto.

[Gv 12,24-26]

Il centuplo è innanzitutto la vita nuova della comunione: nuovi fratelli e sorelle, una libertà vera, una fecondità che l’io isolato non avrebbe potuto generare e, infine, la vita eterna, cioè la salvezza spirituale e l’unione con la Divina Intelligenza.

Non è una garanzia che ogni bene lasciato venga restituito nella stessa forma. È la promessa che tutto ciò che affidiamo a Dio viene amplificato, migliorato e sublimato, e che gli effetti di questa promessa si concretizzano (anche materialmente) già in questa stessa vita.

Rinunciare ai nostri progetti per abbracciare il Divino Disegno

L’uomo dice: “Ho un progetto buono. Perché Dio dovrebbe chiedermi di lasciarlo?”. Ma non ogni progetto buono è il progetto al quale siamo chiamati. Pietro aveva un progetto buono e altruistico: impedire che il Messia soffrisse. Quando Gesù annunciò la Passione, Pietro lo prese in disparte e cominciò a rimproverarlo. Voleva difenderlo, ma in realtà opponeva al disegno di Dio una concezione umana del Messia. Gesù gli rispose:

«Vattene, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!»
[Mt 16,23. Mc 8,31-33].

Si può dunque essere sinceramente devoti e, nello stesso tempo, resistere a Dio. Si può amare un’immagine di Cristo e rifiutare il Cristo reale quando non corrisponde alle nostre attese. Si può difendere una dottrina, una tradizione o una missione e farne il proprio possesso. Si può perfino usare il nome di Dio per proteggere il proprio disegno. Per questo l’obbedienza della fede non è una semplice emotività religiosa. È l’atto con il quale l’uomo si abbandona a Dio tutt’intero e liberamente, offrendo a Dio l’ossequio dell’intelletto e della volontà.

Non basta domandare a Dio di benedire i nostri programmi che abbiamo già deciso autonomamente secondo la nostra logica. La preghiera autentica dice: “Mostrami se ciò che desidero viene da Te; purifica ciò che è ambiguo; spezza ciò che mi separa dalla verità; conferma ciò che serve al bene; rendimi disposto a seguirti anche per una strada diversa da quella immaginata”. Non chiede: “Signore, realizza il mio progetto”, ma “Signore, rendimi partecipe del TUO progetto”.

Servire l’opera di Dio nonostante le nostre debolezze

Le sofferenze esistono e la fede non ci rende insensibili. Siamo umani. Possiamo conoscere stanchezza, isolamento, lutto, delusione, malattia e paura. Possiamo attraversare una notte interiore e sentirci non amati anche mentre siamo amati. La sofferenza non dimostra la lontananza da Dio, anzi sovente è una dimostrazione delle Sue attenzioni particolari con cui Egli mette alla prova la nostra fedeltà. Anche Gesù fu turbato, provò angoscia nel Getsemani. La fede non consiste nel non sentire la ferita, ma nel fare in modo che la ferita non abbia l’ultima parola.

È importante non trasformare la sofferenza in un trono dal quale essa governi ogni nostra decisione. Non permettere che il fallimento diventi la definizione della nostra identità. Non attendere di essere completamente guariti e di sentirci in ottima forma per metterci all’opera, per attivarci e dedicarci al servizio del divino disegno.

Possiamo servire anche tremando. Possiamo essere fedeli anche piangendo. Possiamo avanzare lentamente senza avere abbandonato la via. Non veniamo salvati dalle nostre sole forze, ma da Cristo. Colui che era perduto è stato cercato, colui che era prigioniero è stato liberato, colui che era lontano è stato accolto.

Non siamo venuti al mondo per innalzare il nostro piccolo progetto contro il disegno dell’amore e della giustizia di Dio. Siamo stati creati per ricevere la vita e restituirla come dono. La nostra perseveranza non compra la redenzione: ne manifesta l’accoglienza. Cristo ci libera non perché possiamo vantarci di non soffrire più, ma affinché nessuna sofferenza possa separarci definitivamente dalla verità e dall’amore di Dio. Egli non ci promette un’esistenza priva di croci. Promette che la croce vissuta con Lui non sarà sterile, anzi porterà molto frutto.

Quando i nostri progetti si spezzano, forse stiamo vedendo la fine di ciò che avevamo immaginato, ma in quella fine apparente si innesta il disegno che Dio vuol compiere attraverso di noi. Non chiamiamo fallimento ogni spogliazione. Non chiamiamo morte il seme nascosto nella terra: esso sta germogliando anche se ancora non lo vediamo. Gesù non è stato tolto dalla croce: è stato glorificato attraversandola. E l’ultima parola non appartenne al sepolcro: il sepolcro è vuoto, l’ucciso è risorto, la pietra rifiutata è divenuta pietra d’angolo, il chicco caduto nella terra ha prodotto moltitudini di figli.

È sciocco cercare di preservare la nostra vita trattenendola come se fossimo noi i proprietari della vita. La cosa più intelligente che possiamo fare, è consegnare la vita a Colui che ha dimostrato di essere Signore della vita.

Gesù Cristo disse:

Non fatevi tesori sulla Terra, dove la tarma e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in Cielo, dove né tarma né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore
[Mt 6,19-21]

Rinunciamo perciò alla pretesa di appartenere soltanto a noi stessi e di essere i padroni dei nostri giorni! Rinunciamo alla superbia e alla schiavitù dell’ego inferiore! Rinunciamo al desiderio di possedere le persone cui siamo affezionati! Rinunciamo ai nostri progetti umani, e prendiamo parte coscientemente ai disegni divini! E quando ci sembrerà di aver perduto tutto, scopriremo di aver raggiunto la sorgente del Tutto.

Dobbiamo deporre ciò che è effimero, affinché Dio ci renda ciò che non può più morire, affinché possiamo dire per Cristo, con Cristo e in Cristo: io ho vinto il mondo!

Quando ci sembra di camminare senza conoscere la via, ricordiamo Abramo.

Quando davanti a noi si alzano ostacoli immensi, ricordiamo l’apertura del Mar Rosso.

Quando siamo terrorizzati dalla nostra piccolezza, ricordiamo Gedeone.

Quando abbiamo soltanto un pugno di farina, ricordiamo la fiducia della vedova.

Quando il comando ci sembra troppo semplice per essere vero, ricordiamo Naamàn.

Quando davanti a noi troviamo soltanto ossa aride, pronunciamo ancora parole di speranza.

Quando la ferita ci sembra mortale, guardiamo alla Croce del Risorto.

Quando siamo sgomenti all’ombra della morte, ricordiamo che il sepolcro è vuoto.

E quando ci sembra impossibile che Dio possa agire attraverso di noi, preghiamo con la Santa Madre: «Ecco la serva del Signore: avvenga in me secondo la tua parola».

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